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Le nostre startup sono più forti della crisi

fonte: F,16/09/2020 (Estratto da pagina 54,55,56)

di: Ilaria Amato

C’è chi punta sul cibo e la qualità. Chi ha lanciato una linea di moda prodotta a mano o valorizza il made in Italy nel mondo. E chi finanzia le imprese degli altri. Quattro esempi di come si può fare business anche nei momenti difficili. Con successo.

Nell’ultimo anno le start up, ovvero microimprese ad alto tasso di innovazione, sono cresciute, nonostante la pandemia: siamo a quota 11.500, 6mila in più rispetto all’anno precedente. Perché una buona idea è materia prima ancora più pregiata nei momenti di crisi. Ma come si fa a metterla in pratica senza grandi rischi e, soprattutto, riuscire a farla sopravvivere?

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Erica Fifield, 25 anni, buyer della start up Deliveristo

Puntiamo sul cibo di qualità. Il Covid non ci ha fermati, anzi in questi mesi siamo cresciuti

Erica Fifield
Erica Fifield

Di che cosa si occupa la tua start up?
«È una vetrina che mette in relazione produttori e ristoratori. Per esempio, consente a chi fa formaggio, salumi, vino e altri prodotti enogastronomici di farsi conoscere e di vendere direttamente agli chef»

Com’è nata l’idea?
«Un’amica mi ha messo in contatto con Ivan Aimo, Luca Calia e Gabriele Angeleri. Loro volevano lanciare una start up nel settore food, così hanno chiamato me, che allora studiavo Scienze Gastronomiche all’Università di Pollenzo. Insieme abbiamo individuato i produttori da coinvolgere. La passione per il cibo mi accompagna da sempre: con i miei genitori viaggiavo molto e mi piaceva conoscere un luogo anche attraverso i prodotti locali»

Come l’avete realizzata?
«Ci hanno finanziato alcuni investitori. Poi, nel 2019, abbiamo vinto il premio come migliore start up dell’anno ai FoodcommunityAwards. Ci ha dato molta visibilità».

Il Covid vi ha fermato?
«In realtà, no. Durante il lockdown quando i ristoranti erano chiusi abbiamo creato dei siti di ecommerce in modo che potessero vendere i prodotti locali direttamente ai loro clienti: la gente aveva l’esigenza di fare la spesa online in quel periodo e non sempre la grande distribuzione riusciva a accontentare la richiesta».

E ora cosa succede?
«Abbiamo appena ricevuto un ulteriore finanziamento di un milione e mezzo di euro. Il nostro punto di forza, quello che ci dà credibilità agli occhi degli investitori sono i prodotti di alta qualità, nei confronti dei quali l’attenzione non è calata con la crisi. Anzi la salute, che passa anche attraverso il cibo sano, è una priorità. Siamo in espansione: il team raddoppia».

Chiara Marconi, 27 anni e Federica Tiranti, 30. Founders della start up Chité

Chiara Marconi e Federica Tiranti

La nostra sfida è una linea di lingerie su misura prodotta a mano. Il momento è difficile, ma crediamo nella ripresa

Chiara Marconi e Federica Tiranti

Di che cosa si occupa la vostra start up?
«È un brand di intimo personalizzabile e completamente made in ltaly:ogni donna può creare la propria lingerie su misura, online. Noi la chiamiamo slow couture».

Com’è nata l’idea?
«Siamo partite da un dato: l’80 per cento delle donne indossa un reggiseno di una taglia sbagliata che lascia i segni o ha la spallina che cade. Così io e Federica, un’amica, abbiamo pensato di realizzare biancheria prodotta da artigiani indipendenti italiani. Lavoravamo entrambe all’estero: io per le Nazioni unite a Rio De Janeiro; Federica, farmacista, a Parigi. Avevamo il desiderio di tornare in Italia».

Come siete riuscite a realizzarla?
«Non avevamo né budget né contatti, abbiamo usato i risparmi e poi ottenuto un finanziamento in banca di 120mila euro. Ci siamo affidate a un incubatore d’impresa: abbiamo rifatto il sito, avviato una campagna di digitai marketing».

Qual è stata la difficoltà maggiore?
«L’incertezza degli ultimi mesi. Con il lockdown, quando tutti erano in casa davanti a uno schermo abbiamo avuto una crescita enorme. Poi con l’estate c’è stata una battuta di arresto».

Come l’avete affrontata?
«Ci siamo fermate un attimo per affinare la strategia, valutare errori e nuove mosse. Inoltre, abbiamo chiesto aiuto a nostri finanziatori senza far loro mistero del momento difficile. Puntiamo molto sui prossimi mesi fino a dicembre, di solito il periodo in cui si vende di più. Abbiamo preso contatti con 25 influencer in Italia e all’estero e stiamo preparando lo sbarco della piattaforma in Inghilterra, lasciando la produzione in Italia».

Antonella Grassigli, 52 anni, cofondatrice della start up Doorway.

C’è un forte interesse a investire in imprese innovative, digitali, sostenibili. Sono queste le garanzie per avviare attività vincenti

Antonella Grassigli

Di che cosa si occupa la tua start up?
«È una piattaforma per chi vuole investire capitale in start up innovative. Il concetto base è la “restituzione”: i nostri clienti sono manager di successo che hanno avuto molto dalla società e ora la ricambiano mettendo a disposizione dei giovani non solo denaro, ma anche esperienza e contatti. Per esempio, uno dei nostri investitori è un manager di Yoox che ha investito in Vintag, una app dove vendere e comprare oggetti vintage».

Com’è nata l’idea?
«Nel 2016 sono diventata socia di Italian business angel, una rete di professionisti che supportano progetti di impresa. Me ne aveva parlato un mio amico che lo faceva, l’idea mi ha appassionato e mi sono fatta introdurre. Con lo scopo di sostenere soprattutto progetti al femminile».

Come sei riuscita a realizzarla?
«Ho iniziato con un anno di monitoraggio insieme agli altri soci fondatori: mio marito, commercialista come me, un ingegnere, Donato Montanari, che segue la parte tecnologica e un’esperta legale, Federica Lolli. Nel 2019 siamo partiti con le prime campagne: fino a oggi abbiamo raccolto 5 milioni di euro e avviato 8 start up».

Hai fatto degli investimenti?
«All’inizio ci siamo finanziati noi 4 fondatori con circa 200mila euro, poi abbiamo avuto un aumento di capitale con altri soci presi a bordo».

Come ve la cavate in questa fase incerta?
«I soldi ci sono, come la paura del futuro. Che però per assurdo ha portato un “vantaggio”, e cioè un forte interesse a investire in imprese innovative, digitali e sostenibili, tre elementi che oggi sono garanzia di un business vincente. E su quelle ci stiamo concentrando. Facciamo molti incontri online e di persona per far conoscere a possibili finanziatori le start up, che hanno un ruolo chiave».

Possono risollevare l’economia?
«Sì, la aziende tradizionali devono affidarsi a loro per ripartire, adottando nuovi modelli di business. Noi li aiutiamo a farlo riducendo i rischi».

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